La felicità come modello di business

Non so voi, ma ultimamente incontro solo persone infelici, nervose, stanche, negative. Lo sono alla sera, quando finiscono il lavoro. Peggio, lo sono anche la mattina, quando stanno per andare al lavoro. Li vedo sul treno e sui mezzi pubblici e credo di essere fortunata a non doverli incontrare tanto spesso in macchina. Li incontro in aula, approfondisco la loro conoscenza con il Coaching.

“Sono stressato”. Lo diciamo in tanti, ed è vero! Non sappiamo descrivere precisamente cosa significhi ma sappiamo che lo stress non ci fa stare bene. E’ un malessere fisico – e dove stia nel corpo spesso lo identifichiamo con precisione perché nascono fastidiosi disturbi psicosomatici – ma è soprattutto un malessere psicologico. Non siamo “felici”, qualsiasi significato si dia a questa stato emotivo. 

Se chiedi “perché” le risposte alla fine identificano due grandi categorie di “problemi” in ambito lavorativo: troppo lavoro (richieste multiple e sovrapposte, urgenze che si accavallano, risorse insufficienti, tutto in priorità 1, troppe complicazioni o livelli autorizzativi per svolgere il proprio lavoro, e varianti sul tema) e relazioni umane non positive (il difficile rapporto con il capo, colleghi non collaborativi o addirittura ostili, interlocutori esterni difficili).
Due temi davvero complessi, che non hanno soluzioni semplici. Ma che possono essere indirizzati, e già solo questo farebbe una enorme differenza. Il primo, rivedendo l’organizzazione del lavoro, i processi, le priorità (solo raramente la gestione del tempo, diciamocelo). Il secondo, lavorando sull’intelligenza emotiva: sulla conoscenza di se stessi, sullo sviluppo e l’esercizio dei propri talenti intra e interpersonali (perché tutti li abbiamo, anche se sviluppati a vari livelli), sulla capacità di distinguere contrasto e conflitto, sulla possibilità di imparare a coltivare l’ottimismo (anche se si è di natura pessimisti!). Sulla capacità di "gestire" le persone (partendo dal cambiare terminologia).

Allora forse il “welfare” aziendale non dovrebbe limitarsi a pianificare servizi che rendano più attraente lavorare per una certa realtà (per quanto utili a semplificare e alleggerire le fatiche quotidiane o aumentare il benessere economico dei propri collaboratori) ma includere iniziative di benessere relazionale.

Le persone felici lavorano meglio e di più. Lo confermano le ricerche – che in fondo hanno lo scopo di misurare il buonsenso. Se volete dei dati, il libro di Shawn Achor, The Happiness Advantage, ne contiene diversi. E anche quello di Tony Hsieh, CEO di Zappos, ora parte di Amazon (Delivering Happiness: A Path to Profits, Passion and Purpose).

Ma non ci servono i dati per capire che se si lavora per rendere il proprio ambiente di lavoro più sano psicologicamente – diciamolo: “più felice” - lo sarà anche fisicamente e produttivamente.

Il successo non porta alla felicità. Ma la felicità porta al successo.

Le responsabilità del capo

Quante persone scontente incontro nella mia pratica di Business Coaching. Esauste, insoddisfatte, frustrate. Un po’ rincuorate, in questo periodo dell’anno, solo dalla imminente sospensione dal ritmo quotidiano o almeno dalla sua rarefazione per qualche settimana.

Ritrovo, nella mia esperienza diretta, le tristi statistiche di accreditate ricerche che attestano che mediamente il 70% dei lavoratori è insoddisfatto.

I motivi sono diversi ma spesso hanno un denominatore comune: il capo.

Un capo tiranno, capace di pretendere ma mai di gratificare.

Un capo che ti considera in modalità 24x7x365 perché gli strumenti per fare anytime-working ce li hai e, tra l’altro, te li dà l’azienda. Indifferente all’impatto delle proprie richieste e noncurante del carico di lavoro dei suoi collaboratori.

Un capo che non sa delegare, che non lascia autonomia di decisione e di manovra, che non si fida e quindi interviene continuamente, ma non per supportarti.

Un capo che non ti stima, che ti riprende sempre solo per dimostrare la sua superiorità gerarchica.

Un capo incapace di prendere decisioni o che le prende per poi subito contraddirle, senza però spiegare perché ha cambiato idea.

Un capo che non aiuta ad appianare gli eventuali conflitti tra funzioni, che non funge da raccordo per indirizzarle verso un obiettivo comune.

Magari pure un capo sgarbato, che con le sue osservazioni abrasive riesce ad umiliarti.

So bene che è molto più comodo dare la colpa della propria infelicità ad un altro che prendersi la propria parte di responsabilità. E il ruolo di capo si presta benissimo a diventare anche “capro” (espiatorio, si intende!). Come Coach prendo molto sul serio i racconti delle persone e, soprattutto, i loro stati d’animo, ma cerco anche di aiutarle a spostare il loro fuoco mentale: sei infelice? sei frustrato? Ok, capisco. Cosa puoi fare dunque (TU) per cambiare la situazione?

Tra me e me non riesco però a fare a meno di pensare che 7 capi su 10, più o meno, contribuiscono attivamente a rendere la vita di altre persone - i loro collaboratori - più difficile e talvolta proprio impossibile.

Quanta responsabilità nell’essere Manager. Una responsabilità sociale, oltre che organizzativa.

Cambiare pelle

Gli animali che per loro natura compiono metamorfosi hanno rappresentato fin dall’antichità un’utile simbologia per ispirare chi vuole o si ritrova a intraprendere un percorso di trasformazione e molte opere letterarie, fin dalla mitologia classica, sono state scritte sulla base di questo affascinante processo del mondo animale.

Quello che è meno noto è che ci sono due tipi diversi di metamorfosi: incompleta e completa. Non ho conoscenze zoologiche sufficienti per spiegarvi la differenza, e non è neanche il punto che mi interessa qui sollevare. Quello che mi colpisce, però, è che la metamorfosi completa, che prevede una trasformazione totale sia da un punto di vista morfologico che funzionale (il bruco cammina, la farfalla vola), per compiersi richiede all’animale di entrare in uno stato semiletargico, cioè di isolarsi totalmente dall’ambiente esterno per il tempo necessario allo svolgersi del processo e, durante questo tempo, di entrare in digiuno. Se queste condizioni non si verificano, o per qualche motivo esterno vengono interrotte, gli animali metamorfici rimandano il processo o lo allungano, anche di anni.

Dunque per evolvere servono molte energie e risorse, ma queste non sono da cercare all’esterno (il cibo) bensì si trovano già dentro l’essere. E per farle emergere, e consentire alla creatura di compiere il suo destino, serve uno “spazio” speciale, nel quale vengano interrotti i contatti con l’esterno. Una vera e propria ri-generazione, cioè nuova generazione di se’.

Non siamo forse così anche noi uomini? Vogliamo cambiare (la nostra vita, noi stessi, a volte anche gli altri, ma – mi spiace - questo non è parte del processo metamorfico) ma, se non troviamo il tempo e lo spazio per ritirarci dal mondo esterno, la nostra natura profonda non ha modo di emergere e la trasformazione non riesce a compiersi, o si compie molto lentamente.

Immediato per me è stato il rimando al Coaching: uno spazio e un tempo che ci si prende per staccarsi dal quotidiano, con le sue incessanti richieste di energia, per consentire a quel processo di trasformazione di avvenire, con le risorse che sono già dentro la persona. L’energia interiore, che sperimentiamo sottoforma di chiarezza mentale, di motivazione, di impulso positivo ad agire, ha bisogno di uno spazio tutto suo per manifestarsi.

Quando la pelle vecchia diventa stretta è necessario farla cadere. Ma quella nuova, per generarsi, ci chiede di fermarci e darle la possibilità di compiere il suo processo.